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Rubrica dei 130 anni di Bologna: nel 1928..

Siamo giunti quest’oggi al quinto appuntamento con la rubrica dei 130 anni di Bologna che vedrà protagonista l’anno 1928.

Fu un anno d’invenzioni e nuove opere architettoniche per il capoluogo, famoso proprio per la sua capacità di realizzare sempre qualcosa d’innovativo e inaspettato.

In primis abbiamo l’architetto Edoardo Collamarini che progettò il palazzo delle Provincie Romagnole in via Rizzoli 34; esso fu la sede del Credito Romagnolo, istituto per il risparmio e il finanziamento della piccola impresa, avviato da Giovanni Acquaderni nel 1896 al quale venne dedicata l’elegante Galleria al piano terreno, completata, nel 1932, da Ludovico Lambertini.

Venne completato il Palazzo del Commercio, di via Rizzoli, iniziato nel 1927 su progetto dell’ing. Carlo Chierichetti, sostituendo i resti di tre antiche torri, il cui abbattimento provocò, nel dopoguerra, aspre polemiche. Il palazzo conteneva anche una galleria o piazza coperta per negozi, che sarà poi ripetuta dal Collamarini nel Palazzo delle Provincie Romagnole nominato precedentemente.

La progettazione, creazione e apertura di nuove strutture combacia spesso però con la chiusura o addirittura demolizione di altre. Nel 1928, infatti, vide la sua fine l’ippodromo Zappoli presso porta San Felice, che venne demolito, nonostante i suoi 40 anni di attività nel mondo delle corse ciclistiche, delle gare di tiro al piattello e al piccione, delle corse di struzzi e dei circhi e al suo posto vennero costruite case popolari e abitazioni borghesi, grazie al periodo di forte urbanizzazione.

Fra le innovazioni di questo periodo ricordiamo poi il “Velocino”, una rivoluzionaria bicicletta progettata dal rag. Ernesto Pettazzoni, definito l’enfant prodige del commercio bolognese ( che nel suo negozio di via D’Azeglio n. 16 si distingueva per spregiudicate vendite a rate di biciclette, motorini e abbigliamento sportivo). Esso, aveva il sellino posizionato sulla ruota posteriore e il manubrio ripiegato all’indietro, ma la cosa che lo rendeva davvero innovativo era la possibilità di piegarlo per trasportarlo più facilmente adattandosi ad ogni tipologia di cliente, dai bambini alle signore, offrendo inoltre la possibilità di montare un portapacchi sulla ruota posteriore per trasportare oggetti.

Altro oggetto innovativo vicino al Velocino fu il “Manocipede” sperimentato ai Giardini Margherita da Aroldo Ferri, studente di fisica di Crespellano. Si trattava di una nuova bicicletta, sulla quale, oltre che a pedalare, si doveva effettuare un movimento delle braccia alzando e abbassando il manubrio collegato alla trasmissione. Esso consentiva di raggiungere una maggiore velocità e offriva una ginnastica più completa. Venne incoraggiato da Mussolini e in seguito il principio base venne applicato a un veicolo per il volo muscolare, denominato “Icaro”, che fu collaudato da Ferri nel 1932 sulle colline di Pragatto, ma che precipitò distruggendosi al primo tentativo.

Fra i bolognesi vissuti a quell’epoca, amante della cultura e dell’arte, ci fu il pittore Sergio Burzi che dopo aver lavorato come illustratore per diversi periodici, venne ricoverato in manicomio a causa di una grave malattia mentale, ma non arrendendosi alla cosa, sfruttò la sua situazione per organizzare la prima scuola d’arte manicomiale in Italia. Una volta dimesso continuò a dipingere e le sue migliori opere furono quelle di pura fantasia, frutto forse di allucinazioni visive, che ricordano Callot e Goya.

Evento degno di nota per questo periodo fu la progettazione e realizzazione del teatro del fascio di Casalecchio di Reno per mano dell’’ingegner Carlo Tornelli.
L’edificio era stato costruito sia per ospitare un vero e proprio teatro che per diventare la casa del fascio. Il locale diventò il primo cinematografo di Casalecchio e nel dopoguerra ospitò la Casa del Popolo.

Venne aperta poi anche la sede locale dell’OVRA (Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo), sotto le mentite spoglie di una società vinicola, che aveva il compito principale di reprimere il movimento antifascista e controllare la vigilanza e la schedatura degli oppositori politici. I sovversivi arrestati venivano sottoposti a duri interrogatori e a sevizie, detenuti in carcere in celle d’isolamento, senza che i loro nomi figurassero sui registri d’ingresso e infine deferiti ai Tribunali Speciali.

Il 12 febbraio 1928 venne inaugurato a Bologna il Circolo della Stampa, che raccoglieva “coloro che operano nel campo spirituale e artistico” e aspira a diventare “la tappa ospitale” degli intellettuali e delle personalità di passaggio in città.

Iniziò anche l’attività della Fameja Bulgnejsa, associazione apolitica fondata da Luigi Longhi (1884-1944), per diffondere la conoscenza del dialetto e della letteratura dialettale che venne di fatto liquidata durante il fascismo e rifondata nel dopoguerra con a capo come Presidente onorario perpetuo il grande scienziato bolognese Guglielmo Marconi

Fra le note drammatiche dell’anno ricordiamo poi l’incidente nel cantiere della Direttissima che provocò molti danni poiché venne fatta brillare una “volata” di mine nel cunicolo inferiore di avanzamento e il gas presente nel locale si infiammò ed esplose, bruciando le armature e propagandosi rapidamente ai cantieri di lavoro. Seguì poi un secondo scoppio che demolì un tratto del tramezzo di ventilazione, bruciò le capriate in legno della calotta, provocando il crollo di gran parte del cunicolo superiore. Durante la costruzione di questa linea ferroviaria tra Bologna e Firenze 99 persone persero la vita per incidenti sul lavoro. Ed è alla loro memoria che è stata edificata la fontana monumentale nel piazzale della stazione di Bologna.

Altra notizia negativa dell’anno fu la morte di Edoardo Collamarini il maggiore architetto emiliano del Novecento. Nominato precedentemente per la progettazione del palazzo delle Provincie Romagnole, che nato nel 1863, si diplomò nel 1884 all’Istituto di Belle Arti, dove aveva riportato alte valutazioni e vinto medaglie.

All’inizio della sua attività fu molto vicino ad Alfonso Rubbiani, che ne condizionò notevolmente la personalità artistica.
Partecipò alle ristrutturazione di diversi edifici e palazzi di Bologna come San Petronio, S. Maria degli Angeli, il piazzale di Porta Galliera (per il quale ottenne un premio di incoraggiamento), l’Istituto Salesiano (presso il quale sorse più tardi quella che è considerata la sua opera maggiore cioè la chiesa del Sacro Cuore) San Francesco e San Martino, l’Istituto dei ciechi in via Castiglione, vari complessi universitari (chimica, botanica, veterinaria), lo Châlet dei Giardini Margherita, ed eresse cappelle nel cimitero della Certosa.

Ogni opera rivelava molto delle sue tendenze costruttive: “il restauro stilistico e la progettazione eclettica”, conseguenze “di una preparazione accademica rigida più che rigorosa, unilaterale più che conformista”. Divenne insegnante a Roma e a Parma e professore di architettura all’Istituto di Belle Arti di Bologna, di cui divenne direttore nel 1917 e presidente nel 1924. Tra i suoi studenti alcuni giovani progettisti, che parteciperanno al movimento moderno.

Sempre orgogliosi della nostra Bologna e degli avvenimenti di cui la città fu protagonista, nonostante gli alti e bassi, vi invitiamo a raggiungerci in centro per provare a riviverli insieme.

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